Esiste la biodiversità per gli oggetti?

Francesca Picchi

In un panorama sempre più omogeneo di beni e prodotti, un concetto simile alla biodiversità può essere applicato ai prodotti industriali? Come sappiamo, la biodiversità è la differenziazione biologica tra individui della stessa specie in relazione alle condizioni ambientali. Come gli esseri viventi, anche i prodotti industriali hanno bisogno di un terreno fertile in cui nascere e prendere forma, e in un modo molto simile si legano alla cultura e alle risorse del territorio e sono influenzati dall’ambiente in cui le idee sono accolte per essere sviluppate, lavorate, ingegnerizzate e tradotte in realtà.

Allestimento, Foto Max Rommel

È un fatto che la dimensione di aziende costruite su scala globale, la parcellizzazione dei processi decisionali, la separazione della produzione dalle altre ‘fasi’ industriali, una logica conformata all’omologazione innata nelle direttive del marketing, l’outsourcing, la deindustrializzazione e molti altri fenomeni legati ai cambiamenti introdotti dalla globalizzazione minacciano l’estrema diversità che ha caratterizzato la produzione industriale fin dalle origini, fin da quando ha riversato con l’irruenza di una rivoluzione una moltitudine di merci diverse innestandosi nelle molte culture materiali diverse.

Oggi, l’incombere di un modello che prospetta l’immagine di un unico grande mercato ha innescato un processo simile a quello dell’estinzione dei viventi che pare riversarsi anche sul panorama multiforme dei prodotti industriali proiettando, su un orizzonte unificato di merci e prodotti, oggetti sempre più uguali tra loro. Da questo punto di vista, l’esplorazione sull’industria italiana che abbiamo affrontato in occasione della mostra “Created in Italy” ha invece portato alla luce un infinito ventaglio di oggetti e prodotti nati in contesti diversi la cui la varietà sembra seguire l’andamento molteplice di un paesaggio dove il legame “materiale” tra l’uomo e la natura è a suo modo fortissimo, pur nelle modulazioni sottilmente diverse. 

La caleidoscopica produzione di oggetti e prodotti italiani, e la sua qualità frutto di una continua opera di messa a punto, in parte si deve alle vocazioni nette dei distretti, talmente radicati nei territori da essere parte integrante di un paesaggio entrato in simbiosi con la produzione dei suoi manufatti, in parte si deve anche all’iniziativa di imprenditori ingaggiati in competizioni che hanno il sapore di gare di Formula 1, spingendoli a primeggiare con sempre nuove invenzioni o prodotti sempre più perfezionati; questi fattori però non sono che una delle tante ragioni che definiscono lo scenario su cui si staglia forse la più decisiva: la tradizione artigiana. Perché è questo il terreno su cui, specialmente in Italia, si è innestata l’industria, generando, nell’intreccio di innumerevoli contraddizioni, un vincolo dai contorni inestricabili a cui si deve senz’altro l’imprinting che porta gli industriali ad agire da sarti intenti a realizzare su misura i prodotti. Altrettanto contraddittorio e inestricabile è il rapporto con l’agricoltura: si direbbe che le caratteristiche che la rendono unica in Italia sono le stesse che rendono altrettanto speciale l’industria. L’estrema frammentazione del paesaggio agricolo italiano infatti – considerata un problema dagli osservatori dell’industria agroalimentare – è il riflesso di una tradizione sedimentata nell’arco di migliaia d’anni che ha lasciato sul territorio italiano una straordinaria varietà di specie coltivate. Solo nel campo dell’uva, per fare un esempio, nel Registro delle varietà redatto dal Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste sono iscritte 469 varietà di uve da vino con 1.140 cloni e 120 di uve da tavola con 98 cloni. Nello stesso modo la produzione industriale italiana, come si è detto, innestandosi in una tradizione artigianale antica di secoli, ha lasciato sul territorio italiano una straordinaria varietà di oggetti e prodotti, e una cultura materiale densamente stratificata. 

Questo nostro campionamento costruito sull’eterogeneità dei casi proposti è, dunque, solo un parziale riflesso di questa pulsione per la diversità e la differenza che emerge come un tratto caratteristico non solo della produzione industriale italiana, ma della natura stessa di questo nostro Paese, un carattere forse poco valorizzato che invitiamo a guardare con una nuova consapevolezza per il suo valore ancora allo stato latente: da preservare. 

Approfondimenti:
Designer, le fabbriche e l’impossibile
Odo Fioravanti, Giulio Iacchetti

I bisogni son desideri
— Enrico Morteo

torna all’about